LEOPOLDO PILLA 160° ANNIVERSARIO DELLA MORTE

« Una cannonata lì sul ponte rapiva al momento questa cima in geologia di Leopoldo Pilla, che spirò dicendo “non ho fatto abbastanza per l’Italia. »
(Giuseppe Montanelli)

Leopoldo Pilla (Venafro, 20 ottobre 1805 – Curtatone, 29 maggio 1848) è stato un geologo e uomo politico italiano. È ricordato anche per il suo patriottismo in epoca risorgimentale.

Figlio di Nicola, medico e studioso, si trasferì a Napoli all’età di 14 anni per proseguire gli studi presso l’Università partenopea. I suoi primi anni napoletani furono caratterizzati da uno studio frenetico e intenso. Nel 1821 entrò nel collegio di medicina veterinaria, da cui uscì nel 1825 con il titolo di medico veterinario. Lasciato il collegio si iscrisse alla Facoltà di medicina e chirurgia dell’Università napoletana, laureandosi nel 1829.

Contemporaneamente, in quegli anni frequentò anche la scuola privata del linguista Basilio Puoti, appassionandosi a Seneca e alle opere di Dante, di cui fu studioso e interprete, e seguì le lezioni di mineralogia e geologia del professor Matteo Tondi, del quale nel giro di pochi anni divenne il migliore allievo.

Fresco laureato, partecipò, vincendolo, a un concorso per chirurgo militare. Nel 1831 fu chiamato a far parte di una commissione medica inviata dal governo borbonico a Vienna per studiare il “colera morbus” che stava mietendo molte vittime in Europa centrale e che minacciava anche la penisola]] italiana. Ma ben presto capì che il suo destino non sarebbe stato quello del medico. Altre erano le sue aspirazioni e le sue passioni: la letteratura, lo studio della lingua italiana e la geologia.

I suoi studi geologici pian piano cominciarono a varcare i confini del Regno di Napoli e dell’Italia per arrivare fino in Francia e in Germania, dove alcuni suoi scritti furono pubblicati su giornali e riviste scientifiche di quei paesi. Pilla aveva guadagnato sul campo il diritto a succedere a Matteo Tondi alla cattedra di geologia dell’Università. E, alla morte di questi, nel 1835, sembrò naturale che fosse proprio lui a prendere il posto del suo maestro. Ma così non fu. Nonostante i suoi meriti e i buoni rapporti che egli aveva con alcuni importanti personaggi, come il generale Nunziante, la sua nomina a professore di geologia presso l’ateneo napoletano fu sempre avversata e ostacolata sia dai potenti notabili del mondo accademico dell’epoca, tra cui Teodoro Monticelli, sia dai rappresentanti del governo borbonico, anche da chi egli considerava suo amico, come il ministro Santangelo. Un’ostilità che aveva anche ragioni politiche non solo perché Leopoldo era figlio di un giacobino sospettato di essere appartenuto alla carboneria, ma anche perché egli stesso, che aveva frequentato a Napoli ambienti liberali, era toccato dal medesimo sospetto.

Nel 1841, grazie a un accordo tra il ministro dell’Interno, Santangelo, e il suo collega della Pubblica istruzione, Mazzetti, Pilla venne nominato professore di mineralogia e geognosia all’Università di Napoli, dove, nel mese di novembre, tenne la sua prima lezione.

Il 4 dicembre del 1841, Pilla incontrò a Napoli il Granduca di Toscana, in visita nel regno borbonico. Il sovrano, tornato in Toscana, gli fece inviare dal professor Paolo Savi una lettera, giunta a Napoli il 27 dicembre, con la quale gli offriva la cattedra di Mineralogia e Geologia dell’Università di Pisa. Pilla, dopo lunghi tormenti e incertezze, alla fine accettò di lasciare Napoli e il 3 giugno 1842 giunse a Pisa, in una delle più prestigiose Università dell’epoca.

Pilla a Pisa trovò l’ambiente ideale per i suoi studi: pubblicò numerosi libri e trattati di Geologia e Mineralogia, acquistò grande fama e prestigio divenendo uno dei geologi più importanti di questo periodo, fu inviato più volte a rappresentare l’Università pisana ai congressi degli scienziati italiani e allargò i rapporti e gli scambi con gli scienziati europei. In quel periodo ebbe modo di frequentare a Firenze il gabinetto di Giampiero Vieusseux, al quale era legato da un’amicizia che datava sin dal 1832, essendo stato Pilla uno dei pochi sottoscrittori napoletani dell’Antologia.

Strinse rapporti con i più ferventi liberali della Toscana. I fermenti politici che cominciarono ad attraversare l’Italia fin dalla metà del 1847 indussero Pilla il 22 marzo del 1848 a imbracciare un fucile e a partire, con il grado di capitano, comandante della prima compagnia, alla testa dei volontari del battaglione universitario alla volta della Lombardia per schierarsi al fianco di Carlo Alberto e partecipare alla prima guerra d’indipendenza.

Il 19 maggio, dopo una lunga marcia, ciò che era rimasto del battaglione pisano giunse al Campo delle Grazie nei pressi di Curtatone.

Il 29 maggio si incrociarono le strade di Carlo Alberto e dei volontari toscani, che la diserzione aveva notevolmente ridotto di numero, i quali si unirono alle altre forze italiane: era il giorno della famosa Battaglia di Curtatone e Montanara.

I piemontesi attaccarono la fortezza di Peschiera, ma il maresciallo Radetzky passò alla controffensiva. Le sue truppe cercarono di prendere alle spalle l’esercito di Carlo Alberto.

La manovra venne impedita dalla resistenza delle forze italiane e dai volontari toscani a Curtatone e Montanara.

Al Campo delle Grazie morì anche Leopoldo Pilla, “ucciso – scrisse lo storico Gherardo Nerucci, uno dei reduci di Curtatone – dietro le trincere, stando elevato sopra un mucchio di sassi, mentre regolava i militi della sua compagnia e loro distribuiva cartucce”. Il suo corpo non fu mai ritrovato.

Estratto da “http://it.wikipedia.org/wiki/Leopoldo_Pilla”

STORIA DELLA FESTA DELLA MAMMA

La Festa della mamma nacque in America, negli Stati Uniti, nel 1907, su proposta di Anna Jarvis, di Philadelphia.

Nel 1914 fu ufficializzata dal presidente Wilson che annunciò la delibera del Congresso di festeggiarla la seconda domenica di maggio, come espressione pubblica di amore e gratitudine per le madri del Paese.

Da allora la festa si è diffusa in molti Paesi del mondo, anche se non viene festeggiata nello stesso giorno. Infatti mentre l’Italia adotta la data americana, in Norvegia viene celebrata la seconda domenica di Febbraio,
in Argentina la seconda di Ottobre; in Francia la festa della mamma cade l’ultima domenica di maggio ed è celebrata come compleanno della famiglia.

Sapete perchè la festa della mamma viene celebrata di Maggio?

La festa della mamma è legata alle rose, fiori dell’amore, e viene celebrata in maggio perché questo è tradizionalmente considerato il mese dei fiori. Già gli antichi romani sottolineavano l’arrivo di maggio con un’intera settimana di feste, che si chiamavano Floralie perché erano dedicate a Flora, la dea dei fiori. E, sempre in epoca antica,
anche gli umbri festeggiavano in maggio la loro dea dei fiori, Feronia. Tra i fiori che i romani più amavano c’erano appunto le rose: non solo le coltivavano, ma le usavano anche per fare marmellate, profumare il vino e farne piovere i petali sugli invitati durante i banchetti.

Anche ai giorni nostri in maggio si tengono diverse feste legate ai fiori:
in Francia si regalano alle donne i mughetti (fiori della serenità),
in Olanda i fiori per eccellenza sono i tulipani, mentre gli austriaci stravedono per i narcisi, che in questo mese vengono usati per
ornare cani, gatti e cavalli.

Ma torniamo alla rosa: il fiore che più di ogni altro rappresenta la semplicità e la bellezza è anche il fiore dedicato alla Madonna,
così come il mese di maggio. È giusto, allora, che insieme con la mamma di Gesù vengano festeggiate tutte le mamme del mondo.

9 MAGGIO FESTA DELL’EUROPA

Cos‘è la festa dell’Europa?

Vedendo nelle agende e nei calendari alla data del 9 maggio l’indicazione “Festa dell’ Unione europea” viene spontaneo chiedersi cosa sia successo il 9 maggio e in quale anno.

Pochi sanno infatti che il 9 maggio 1950 è nata l’Europa comunitaria, proprio quando lo spettro di una terza guerra mondiale angosciava tutta l’Europa.

Quel giorno a Parigi la stampa era stata convocata per le sei del pomeriggio al Quai d’Orsay, sede del Ministero degli Esteri, per una comunicazione della massima importanza. Le prime righe della dichiarazione del 9 maggio 1950 redatta da Robert Schuman, Ministro francese degli Affari Esteri, in collaborazione con il suo amico e consigliere, Jean Monnet, danno un’idea dei propositi ambiziosi della stessa.

“La pace mondiale non potrebbe essere salvaguardata senza iniziative creative all’altezza dei pericoli che ci minacciano”. “Mettendo in comune talune produzioni di base e istituendo una nuova Alta Autorità le cui decisioni saranno vincolanti per la Francia, la Germania e i paesi che vi aderiranno, saranno realizzate le prime fondamenta concrete di una federazione europea indispensabile alla salvaguardia della pace”.

Foto – Bandiera europea su sfondo di impalcature metallica Veniva così proposto di porre in essere una Istituzione europea sovrannazionale cui affidare la gestione delle materie prime che all’epoca erano il presupposto di qualsiasi potenza militare, il carbone e l’acciaio. Ora i paesi chiamati a rinunciare con queste modalità alla sovranità puramente nazionale sul “nerbo” della guerra uscivano da poco da un conflitto spaventoso che aveva seminato innumerevoli rovine, materiali ma soprattutto morali, odi, rancori, pregiudizi. Per comprendere l’impatto rivoluzionario del gesto basterebbe immaginare oggi un’iniziativa analoga tra Israele e i Palestinesi, tra i Serbi e i Bosniaci, tra popolazioni tutsi e hutu; e all’epoca l’ordine di grandezza era ben maggiore e le ferite più profonde!

Tutto è cominciato il 9 maggio e al vertice tenuto a Milano nel 1985 i capi di Stato e di governo hanno deciso di festeggiare questa data come Giornata dell’Europa.

Ogni paese che ha democraticamente scelto di aderire all’Unione europea adotta i valori di pace e di solidarietà su cui si fonda la costruzione comunitaria.

Questi valori si realizzano grazie allo sviluppo economico e sociale e all’equilibrio del contesto ambientale e delle varie regioni , i soli fattori che possono garantire un livello di qualità della vita diffuso equamente tra i cittadini.

L’Europa, come insieme di popoli consapevoli di appartenere ad una medesima entità avente culture analoghe o complementari, esiste da secoli, ma senza regole o istituzioni e la consapevolezza di questa unità di fondo non era mai bastata ad evitare i disastri. Ancora oggi alcuni paesi che non fanno parte dell’Unione europea non sono al riparo di tragedie spaventose.

Come qualsiasi opera umana di pari portata, l’integrazione dell’Europa non sarà realizzata nè in un giorno, nè in qualche decennio: le lacune sono ancora numerose, le imperfezioni evidenti. L’impresa avviata all’indomani della seconda guerra mondiale era talmente nuova! Ciò che nei secoli o millenni scorsi poteva avvicinarsi a un tentativo di unione era di fatto il frutto della vittoria degli uni sugli altri. Queste costruzioni non potevano durare e i vinti avevano la sola aspirazione di recuperare la loro autonomia.

Oggi la meta è un’altra: costruire un’Europa che rispetti la libertà e l’identità di ciascuno dei popoli che la compongono, gestita in comune applicando il principio per cui “ciò che può essere meglio fatto in comune, deve esserlo”. Solo l’unione dei popoli può garantire all’Europa la sovranità sul suo destino e il suo prestigio nel mondo.

L’Unione europea è all’ascolto e al servizio dei cittadini. Pur mantenendo la sua specificità, le sue abitudini di vita, la sua lingua, ogni cittadino deve tuttavia sentirsi a casa nella patria europea nella quale può circolare liberamente.

tratto da http://europa.eu

8 MARZO FESTA DELLA DONNA

La leggenda della fabbrica Cotton

In Italia è molto diffusa una storia che fa risalire l’origine della festa ad un grave fatto di cronaca avvenuto negli Stati uniti. Questa storia è un falso storico accertato che fu elaborato dalla stampa comunista ai tempi della guerra fredda ma in Italia recentemente è stata riportata come la vera origine della festa della donna dai telegiornali creando così una “leggenda”.

La versione “tradizionale” vuole che nel 1908 a New York, alcuni giorni prima dell’8 marzo, le operaie dell’industria tessile Cotton iniziarono a scioperare per protestare contro le condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero proseguì per diversi giorni finché l’8 marzo Mr. Johnson, il proprietario della fabbrica, bloccò tutte le vie di uscita. Poi allo stabilimento venne appiccato il fuoco (alcune fonti parlano di un incendio accidentale). Le 129 operaie prigioniere all’interno non ebbero scampo.

L’incendio avvenne nel 1911 (quindi dopo, e non prima della tradizionale data di nascita della festa, il 1910), a New York, nella Triangle Shirtwaist Company. Le lavoratrici non erano in sciopero, ma erano state protagoniste di una importante mobilitazione, durata quattro mesi, nel 1909. L’incendio, per quanto le condizioni di sicurezza del luogo di lavoro abbiano contribuito non poco al disastro, non fu doloso. Le vittime furono oltre 140, ma non furono tutte donne, anche se per il tipo di fabbrica erano la maggior parte. I proprietari della fabbrica si chiamavano Max Blanck e Isaac Harris, vennero prosciolti nel processo penale ma persero una causa civile. Ma soprattutto l’8 Marzo non ha nulla a che fare né con lo sciopero (iniziò il 22 Novembre) né con l’incendio (avvenne il 25 Marzo).

Effettivamente non esiste alcun tipo di prova e documento che affermi l’esistenza di un fatto storico che confermi l’episodio delle oltre 129 donne bruciate vive in un incendio di una fabbrica dal proprietario perchè le donne erano scese in sciopero.

La versione comunista fu riportata in Italia Nel 1952 da “La lotta”, settimanale edito dalla sezione bolognese del Partito Comunista Italiano. L’Unione Donne Italiane distribuì nello stesso anno alle iscritte libretti con un resoconto dell’incendio di New York. Nel 1954 Il Lavoro, settimanale della Cgil aggiunse un fotomontaggio di Mr. Johnson con la bombetta che si fa largo tra la massa di donne tenute dalla polizia.


Copyright 2008 Webmaster Antonelli Roberto antonelliroberto@alice.it