ETTORE MUTI
“Il più grande temerario d’Italia”
Ettore Muti nasce a Ravenna il 22 maggio 1902, figlio di un impiegato dell’anagrafe. Di carattere rude sin da ragazzino, a soli 13 anni viene espulso da tutte le scuole del Regno per aver preso a pugni un professore. Non si scompone molto per questo fatto e a 14 anni scappa di casa per andare a combattere nella Prima guerra mondiale (1916), ma i Reali Carabinieri ne scoprono l’età e lo rispediscono a casa. L’anno seguente (1917) ci riprova a riesce ad entrare negli Arditi. Al fronte si distingue per le imprese spericolate e per l’incredibile audacia. Si rende famoso quando il reparto di 800 uomini al quale appartiene viene mandato a formare una testa di ponte sulla riva di un fiume da attraversare. Il suo gruppo riesce nell’impresa, ma, quando alla fine arriveranno i rinforzi, degli 800 partiti ne rimangono solo 23, tra i quali Muti stesso.
Terminata la Guerra Vittoriosa è tra i Legionari di Fiume con D’Annunzio. Il Vate gli dirà “Voi siete l’espressione del valore sovrumano, un impeto senza peso, un’offerta senza misura, un pugno d’incenso sulla brace, l’aroma di un’anima pura”, soprannominandolo “Gim dagli occhi verdi”. In quei giorni incontra Mussolini, da cui resta folgorato e per il quale conserverà sempre una vera e propria venerazione. Tra i fondatori delle Squadre d’azione nel ravennate, più che alla politica preferisce le corse in automobile e le scazzottate contro i rivali. Il 29 ottobre 1922 è alla testa dei Fascisti che occupano la Prefettura di Ravenna in contemporanea agli avvenimenti della Marcia su Roma.
Nel 1923 è Comandante della coorte Miliziana di Ravenna, nel 1924 è nominato Console della MVSN. Nel settembre 1926 si sposa con Fernanda, figlia del banchiere Mazzotti, che tenterà invano di opporsi alle nozze. Nel 1929 nascerà la sua unica figlia, Diana.
Nel 1927 viene gravemente ferito in un attentato a Ravenna. In seguito viene spostato a Trieste dove comanda la III Legione della Milizia Portuale. Qui incontra il Duca Amedeo d’Aosta, di cui diventerà grande amico, che lo convince ad entrare nella Regia Aeronautica (1936), con il grado di Tenente.
Si distingue in Etiopia e in Spagna. Nelle fasi finali del conflitto africano entra nella Squadriglia Disperata con Ciano, col quale stringerà una forte amicizia, Farinacci e Pavolini. In Ispagna, con lo pseudonimo di Gim Valeri, guida invece una sua Squadriglia bombardando i porti spagnoli, guadagnandosi varie medaglie d’argento e, nel 1938, una d’oro. Dalla Spagna torna con il soprannome di “Cid alato” e viene insignito dell’Ordine Militare di Savoia. Nel 1938 parte per l’Albania dove si guadagna, alla guida delle truppe motorizzate, un’altra medaglia che lo fa diventare a buon diritto il petto più decorato d’Italia.
Nel 1939 Mussolini lo chiama alla Segreteria Nazionale del PNF per sostituire Starace. La sua nomina desta stupore perché se gli sono unanimemente riconosciute doti militari e coraggio inesauribile, meno evidenti sono le sue capacità politiche. Infatti non riesce a operare quel rinnovamento del Partito auspicato da Ciano, che l’aveva proposto, e Mussolini.
Scoppiato il secondo conflitto mondiale, è in seguito sostituito alla Segreteria del Partito da Adelchi Serena (ottobre 1940) ed è nella Regia Aeronautica per prendere parte attiva alla guerra col grado di Tenente Colonnello. Combatte prima in Francia, poi nei cieli d’Inghilterra con grande valore, ma si accorge subito che la guerra è stata affrontata con colpevole approssimazione e leggerezza. Smette di frequentare i Gerarchi, perdendo quella fiducia che riponeva nel Duce e anche l’amicizia che aveva con Ciano.
Nell’estate del 1943 entra nel Servizio Informazioni Militari. Dopo il 25 luglio 1943 e la caduta di Mussolini, Muti manifesta apertamente il suo sdegno e si ribella a Badoglio, il quale lo rimprovera aspramente e lo pone agli arresti. La notte del 24 agosto 1943 a Fregene, in Provincia di Roma, viene vilmente assassinato dai partigiani mentre i Carabinieri lo stanno portando in carcere.
Porterà il suo nome, durante i 600 giorni di Salò, una delle più famose Brigate Nere, famosa purtroppo in negativo, che non rese certo onore all’eroe a cui era intitolata.
Tratto da www.ilduce.it
— Il Direttivo
GIUSEPPE SANTOSTEFANO
Reggio Calabria è ancora oggi il simbolo dell’unica, autentica e coraggiosa rivolta popolare contro il regime corrotto dei partiti. Una città tradita e abbandonata, come lo sono la maggior parte delle città del Sud, mantenute in uno stato di sudditanza politica e amministrativa dal potere politico-mafioso. Reggio però, nel luglio del 1970, ha il coraggio di ribellarsi e la sua rivolta è tanto clamorosa, quanto corale e durissima. La miccia è innescata dalla designazione di Catanzaro a capoluogo regionale, ma i motivi sono molto più profondi e radicati. La risposta dello Stato alla rivolta è la repressione più dura e spietata. La città viene messa in stato di assedio come se si trattasse di un’enclave nemica. Migliaia di poliziotti, carabinieri e poi anche l’esercito coi blindati, vengono impiegati per sedare i moti popolari.
Il 15 luglio, durante una carica della polizia, muore l’operaio Bruno Labate. Il 17 settembre le Forze dell’ordine assaltano con fucili e mezzi blindati il quartiere Sbarre, roccaforte dei “boia chi molla” capitanati dal sindacalista della Cisnal Ciccio Franco. Un altro reggino, Angelo Campanella, muore colpito da un proiettile. Ciccio Franco viene arrestato e, insieme ai capi della rivolta, deportato a Bari. Solo nel marzo del 1971 i blindati, le centinaia di arresti, i rastrellamenti e le perquisizioni a tappeto riportano “l’ordine” a Reggio.
Se un decimo di queste misure fossero state adottate negli anni successivi, a Milano o a Roma, contro le organizzazioni armate della sinistra, il tragico elenco di morti di queste pagine potrebbe essere ben più corto.
Ma se una rivolta si può sedare la rabbia non si cancella. Così Reggio non dimentica e alle elezioni del 1972 vota in blocco per il MSI ed elegge Ciccio Franco senatore. In tutta la città le sedi dei partiti “romani” sono deserte. Solo i comunisti, abituati alla guerriglia partigiana, mantengono una loro struttura semiclandestina e armata, fungendo così, negli anni a venire, da cavallo di Troia per il ritorno in grande stile della partitocrazia, della corruzione, delle tangenti… Così, a poco più di un anno dalle elezioni che hanno sancito il trionfo del MSI, i comunisti danno “un segnale” della loro presenza politica assassinando uno dei più attivi sindacalisti della Cisnal, Giuseppe Santostefano, di 50 anni. E’ il 31 luglio 1973 quando, durante un comizio del Partito comunista, il sindacalista viene aggredito da un gruppo di militanti rossi. Muore poche ore dopo senza riprendere conoscenza. La sua scomparsa e l’impunità dei suoi aggressori sanciscono la definitiva sconfitta di Reggio.
tratto da hpp://www.lorien.it
— Il Direttivo
L’ECCIDIO DI SCHIO
Un reparto di partigiani della brigata garibaldina, comandati da “Romero” e “Teppa” (pseudonimi), irruppe nella notte del 6 luglio nel carcere mandamentale della città; non disponendo di elenchi di fascisti, li cercarono, e, non avendoli trovati, le vittime furono scelte tra i 99 detenuti del carcere. Tra questi, solo 8 erano stati indicati al momento dell’arresto come detenuti comuni, mentre 91 erano stati incarcerati come “politici” di possibile parte fascista, sebbene non tutti fossero ugualmente compromessi con il fascismo e in molti casi forse fossero stati arrestati per errore. Erano in corso gli accertamenti delle posizioni individuali. Per alcuni era già stata accertata l’estraneità alle accuse ed era già stata decisa la scarcerazione, non avvenuta per lentezze burocratiche. Gli 8 detenuti comuni vennero subito esclusi dalla lista, insieme a 2 detenute politiche non riconosciute come tali.
Dopo una approssimativa cernita, che suscitò contrasti tra gli stessi fucilatori, alcuni proposero che fossero risparmiate almeno le donne, che in genere non erano state arrestate per responsabilità personale ma solo fermate per legami personali con fascisti o per indurle a testimoniare nell’inchiesta in corso. “Teppa” si oppose dicendo “Gli ordini sono ordini e vanno eseguiti”, non disse da chi provenivano gli ordini, e non fu mai accertato, nonostante un processo apposito nel 1956.
Dopo un’ora di incertezza, mentre alcuni partigiani non convinti si allontanarono, vennero uccise a colpi di mitraglia 54 persone, tra cui 14 donne (la più giovane di 16 anni), e ne vennero ferite numerose altre. Alcuni detenuti, coperti dai corpi dei caduti, si salvarono indenni. I soccorritori quando giunsero trovarono il sangue che colava sulla scala, sul cortile e arrivava fino sulla strada.
— Il Direttivo
CARLO FALVELLA PRESENTE!
La notizia della sua morte fu l’avvisaglia che preludeva all’inizio di un decennio di barbarie e di lutti. Non si trattava più (né mai più si sarebbe trattato) di uno scontro di piazza, tra gruppi fronteggianti. Ora siamo all’aggressione singola, all’agguato. Per la prima volta, poi, la vittima è un giovane, appena diciannovenne, vice presidente del Fuan di Salerno. Carlo Falvella ha il volto aperto, pulito di un bel ragazzo studioso. Il suo assassino, che si definisce anarchico, Giovanni Marini, viceversa è già il prototipo del comunista anni Settanta: capelli lunghi, barba folta, eskimo. E’ il 7 luglio 1972 quando il Marini, insieme ad altri due militanti dell’ultra sinistra: Gennaro Scariati e Francesco Mastrogiovanni, attende Carlo sotto la sua abitazione, in via Velia. Falvella è insieme ad un altro giovane missino, Giovanni Alfinito, che verrà anch’egli ferito. I due non hanno neppure il tempo di reagire all’agguato che vengono colpiti a coltellate. La lama di Marini si conficca due volte nel cuore di Carlo.
Arrestato poco dopo, il Marini verrà condannato all’irrisoria pena di nove anni. Ne sconterà in galera meno di quattro e, in pieni anni Settanta, tornerà all’attività “politica” nell’ultra sinistra, diventando in qualche modo il simbolo vivente dell’impunità che il regime antifascista garantiva ai suoi figli prediletti.
tratto da www.lorien.it
— Il Direttivo
GIUSEPPE MAZZOLA E GRAZIANO GIRALUCCI-PRESENTE
Padova, 17 giugno 1974, sono le 9,30 quando un gruppetto di cinque persone, tra cui una donna, raggiunge la sede del MSI, in via Zabarella. Due uomini aspettano in strada, la donna si ferma sulle scale, gli altri entrano nei locali della Federazione dove si trovano Graziano Giralucci, 29 anni, sposato e padre di una bimba di 3 anni, ex giocatore e allenatore di rugby, fondatore della squadra del CUS Padova e Giuseppe Mazzola, 60 anni, carabiniere in congedo, sposato e padre di quattro figli. I due uomini, armati di una P38 e di una 7,65 con silenziatore, puntano le armi contro i missini: vogliono farli inginocchiare e legarli con delle catene. Ma l’anziano ex-carabiniere non può piegarsi a causa del busto ortopedico che porta in conseguenza ad un’antica lesione alla colonna vertebrale. Forse reagisce, forse solo si rifiuta di inginocchiarsi, fatto sta che dalla 7,65 parte un colpo che lo ferisce all’addome. Allora reagisce anche Giralucci, ma un colpo di P38 lo ferisce alla spalla, poi, subito dopo, la stessa arma lo finisce con un colpo alla nuca. Mazzola è a terra supino: è inerme, ferito, eppure uno degli aggressori gli poggia l’arma sulla fronte e fa fuoco… Poche ore dopo un volantino, fatto ritrovare a Padova e a Milano, rivendica il duplice omicidio con queste parole: “Lunedì 17 giugno 1974, un nucleo armato delle Brigate Rosse ha occupato la sede provinciale del MSI in via Zabarella. I due fascisti presenti, avendo violentemente reagito, sono stati giustiziati”.Nonostante questa rivendicazione, ecco cosa scrissero alcuni giornali del tempo, riportati da Raffaele Zanon e Roberto Merlo nel loro libro “Noi accusiamo Renato Curcio” (Edizioni del CIS, Padova, 1995): “Il quotidiano “Il Manifesto” accredita questa tesi: “Padova, due fascisti trovati uccisi nella sede del MSI. C‘è il sospetto che si siano ammazzati tra loro”. “L’Unità”, a propria volta, parla di “sedicenti Brigate Rosse”, mentre “l’Avanti” e “Il Giorno” si spingono oltre, fino ad affermare che “le fantomatiche Brigate Rosse altro non sono che la copertura delle Brigate Nere, un’etichetta in cui il contenuto umano viene fornito anche da gente iscritta al MSI”; “i mandanti del duplice omicidio alla sede della federazione missina – scrive “Il Giorno” – sono iscritti al partito di Almirante”…”!
Quel clima di menzogna, viltà e complicità venne ben descritto in una canzone scritta dal “Gruppo padovano di protesta nazionale” (che divenne poi la “Compagnia dell’Anello”).
Cittadino fermati, guarda di qua.
Fermo, non nasconderti, è la tua città.
Quella che stavolta si macchia di sangue
quando col silenzio ogni sogno infrange.
Tu borghese guardati, ecco cosa sei.
Guardati e vergognati, anche tu lo sai
che la vigliaccheria ti taglia le gambe
e la morte mia non è per te importante.
Cittadino fermati, ora stai zitto,
è il silenzio ipocrita di chi è sconfitto,
è il silenzio complice di chi spesso mente,
di chi per interesse o paura si vende.
E anche tu vigliacco, brigatista rosso
anche se il tuo nome io dire qui non posso,
anche se il tuo nome resterà sconosciuto,
anche se mi hai ucciso, io non sono muto
e resto qui a cantare questa mia canzone,
per chi come me ha un’opinione,
una santa idea abbastanza grande.
L’anima mia vive, questo è l’importante.
Cittadino fermati, guardami in faccia,
riesco a capire che non ti piaccia,
quei buchi che ti fanno abbassare la vista
sono i colpi esplosi dall’odio comunista.
Cittadino fermati, guarda di qua.
Ferma non nasconderti, è la tua città…
E’ la tua città!
Solo 17 anni dopo, il 9 dicembre 1991, a seguito dei soliti “pentimenti” nell’ambito del più vasto processo contro le Brigate Rosse, si arrivò a dare un volto e a condannare gli assassini dei due missini. Si trattava di Roberto Ognibene e di Fabrizio Pelli (nel frattempo morto di leucemia); loro complici furono: Susanna Ronconi, Giorgio Semeria e Martino Serafini. Insomma il “gotha” delle Brigate Rosse, tanto è vero che anche Renato Curcio, Mario Moretti e Alberto Franceschini furono condannati come mandanti della spietata esecuzione.
Oggi il sacrificio dei due missini, vittime innocenti della barbarie comunista, è stato riconosciuto e ricordato anche dal Comune di Padova con l’intitolazione di due vie contigue, nel quartiere Altichiero.
tratto da www.lorien.it
— Il Direttivo




























